OBIETTIVI DELLA PSICOTERAPIA

Il tema degli obiettivi della psicoterapia rappresenta un aspetto importante e complesso. Gli obiettivi possono essere differenti a seconda del tipo di orientamento terapeutico, oltre a dover essere definiti individualmente da caso a caso.

Quando una persona chiede di iniziare un percorso psicologico, spesso si pone consciamente degli obiettivi, legati alla situazione di vita che sta attraversando. È importante che questi siano condivisi con il terapeuta, così da essere presi in considerazione, insieme a desideri e aspettative, per iniziare a costruire una buona relazione terapeutica.

Può accadere che, in seguito, emergano nuove finalità, che all’inizio erano presenti a livello inconscio, o che durante il percorso gli obiettivi si modifichino e necessitino di essere rivisti insieme.

Parlando in generale, vorrei partire esaminando quelli che, a mio parere, non possono essere annoverati come obiettivi di un percorso di psicoterapia, nonostante a volte vengano proposti come tali.

Quali non sono gli obiettivi della psicoterapia

  • La salute mentale
  • L’adattamento dell’individuo
  • La scomparsa dei sintomi

La salute mentale

Nel parlare di quali siano gli obiettivi di una terapia psicologica, si potrebbe ragionevolmente affermare che il risultato fondamentale di un percorso di psicoterapia sia la salute mentale dell’individuo. Il concetto di salute mentale, però, appare controverso e di difficile definizione, in quanto condizionato dal contesto storico, culturale e sociale in cui lo si pone. Recentemente, in occasione della Giornata mondiale della salute Mentale, è stato chiesto ad alcuni illustri psicoanalisti e psichiatri di rispondere alla domanda: – che cosa è la salute mentale?- e la risposta si è rivelata complessa, in quanto richiama il tema della contrapposizione tra salute e malattia, che oggi non vengono più considerati come due opposti, ma come gli estremi di un continuum su cui ognuno di noi, in diversi momenti e circostanze di vita, si colloca.

L’adattamento

Anche il concetto di adattamento può essere rischioso, in quanto presuppone la necessità di ogni individuo di adattarsi a quella che comunemente può essere ritenuta la norma, ma che può non corrispondere ai bisogni e alle necessità di quella specifica persona, in virtù delle differenze individuali che ci contraddistinguono e che rappresentano una grande ricchezza per l’umanità.

Sandler e Dreher, nel loro testo Che cosa vogliono gli psicoanalisti? ripercorrendo i diversi passaggi della teoria psicoanalitica, mostrano come gli obiettivi della terapia si modifichino in base ai differenti approcci e orientamenti teorici. Freud stesso, nel corso della costante revisione e ampliamento delle sue teorie, era passato dal concepire la psicoanalisi come un trattamento che mirava a curare il paziente, eliminando i sintomi di cui soffriva e correggendo i processi psicopatologici sottostanti, ad affermare che “Il nostro obiettivo non dovrà essere quello di livellare tutte le specifiche particolarità individuali a favore di una schematica “normalità”, o addirittura di pretendere che l’individuo “analizzato a fondo” non senta più alcuna passione e non sviluppi alcun conflitto interno”.

O, con le parole di Carl Whitaker:

“Una buona psicoterapia dovrebbe essere indirizzata verso la crescita, non dovrebbe migliorare l’adattamento del paziente, ma piuttosto aumentare il suo potere, in modo che possa servirsene come meglio crede”.

La scomparsa dei sintomi

Un altro fraintendimento comune potrebbe essere quello di identificare come obiettivo della terapia la scomparsa dei sintomi che hanno portato la persona a intraprendere il percorso. Naturalmente si desidera agire sulla condizione di disagio che l’individuo porta, ma ciò appare più come una conseguenza del lavoro psichico, che non il suo obiettivo.

Il numero e la quantità dei sintomi, infatti, può oscillare durante le diverse fasi del percorso, e in alcuni momenti la sintomatologia può anche, transitoriamente, aumentare. Se, per esempio, viene modificato un comportamento che fino a quel momento era stato portato avanti sempre nello stesso modo, l’ansia potrebbe temporaneamente aumentare, o se viene affrontato diversamente un lutto che fino a quel momento era stato accantonato senza essere elaborato, vi può essere un iniziale aumento della sofferenza.

Il concetto stesso di obiettivi, oggi molto diffuso, potrebbe essere messo in discussione. La società in cui viviamo ci spinge ad essere sempre tesi verso il risultato, sempre produttivi e alla ricerca di nuove mete da raggiungere. Ma è proprio durante il percorso che sarà possibile sviluppare aspetti preziosi come la curiosità e la creatività, la flessibilità e l’apertura verso ciò che è sconosciuto, l’impegno nella ricerca, la tolleranza della frustrazione e l’accettazione del limite.

Quali sono quindi le finalità della psicoterapia psicodinamica?

  • Aumento del benessere psicologico
  • Miglior adattamento al proprio mondo interiore
  • Ricerca di senso
  • Valorizzazione dell’unicità individuale

Anziché parlare di salute mentale, mi sembra quindi preferibile concentrarsi sul benessere psicologico, facendo così riferimento a un parametro più soggettivo, legato alla percezione dell’individuo, e meno oggettivo, quindi meno determinato dall’esterno e dai criteri di valutazione che si decide di adottare. In questo senso condivido l’affermazione di Vittorio Lingiardi “La salute mentale per me è più simile a una forma di consapevolezza di sé, delle proprie fragilità e delle proprie risorse”.

Potremmo quindi identificare come obiettivo della psicoterapia un ampliamento della personalità, perseguibile attraverso quello che Jung definiva processo di individuazione. Tale processo di costante confronto tra coscienza e inconscio, viene messo in moto e sostenuto dalla spinta interiore verso la totalità psichica, presente in ognuno di noi.  L’effetto sarà quello di un miglior adattamento nei confronti del proprio mondo interiore, e, di conseguenza, anche del mondo esteriore.

L’indagine psicologica degli aspetti profondi della personalità consente di rileggere il proprio passato e i propri vissuti all’interno di una nuova cornice di senso, attribuendo nuovi significati agli eventi passati e inserendoli in una prospettiva che tiene in considerazione le cause ma anche le finalità. Cambiare la prospettiva da cui osserviamo ciò che accade, sia fuori di noi che al nostro interno, significa interrogarsi non solo sul perché sia accaduto, ma anche su perché proprio a noi, proprio in quel momento della nostra vita, cosa ci vuole dire e a che scopo. L’obiettivo è quindi quello di produrre un cambiamento di sguardo, su noi stessi e sugli altri, che potrà determinare un cambiamento anche nelle nostre emozioni e nei nostri comportamenti.

Segnali di progresso in psicoterapia

Nancy McWilliams, psicoanalista e scrittrice, nel suo ultimo saggio La supervisione, consiglia di dedicare una particolare attenzione a dieci “segni vitali” di progresso in terapia:

1) Maggiore sicurezza nell’attaccamento: lo sviluppo o l’aumento di una sicurezza di base, che consenta di andare nel mondo ed esplorare, sperimentando un senso di libertà, fiducia in se stessi e negli altri, sopportando i distacchi prolungati e senza timore dell’abbandono;

2) Accresciuta capacità di costanza di sé e dell’oggetto: il senso di continuità dell’essere di cui parla Winnicott, la continuità del continuare ad esistere nel mondo, che permette di sperimentare un senso di unità e coerenza della propria identità e della propria storia, rappresenta il contrario della frammentazione;

3) Maggiore senso di ‘agency: aumento della sensazione soggettiva di poter controllare le proprie azioni, attraverso la maggiore consapevolezza di dinamiche inconsce che possono interferire con il comportamento. Questo determina un accrescimento del senso di libertà interiore;

4) Maturazione di un’autostima più affidabile e realistica: il percorso di ampliamento della personalità permette di integrare aspetti di noi che finora non considerato e rientrare in contatto con noi stessi, passando attraverso il riconoscimento e l’accettazione anche delle parti più fragili e inadeguate;

5) Maggiore resilienza e accresciuta capacità di regolazione delle emozioni: la resilienza consente un aumento della flessibilità e della forza dell’Io, con una maggiore capacità di far fronte alle difficoltà e i momenti di crisi (link articolo resilienza), mentre la regolazione emotiva si riferisce alla possibilità di gestire, controllare ed esprimere le emozioni nel modo più appropriato;

       

6) Migliore capacità di riflettere su di sé e sugli altri: spesso tendiamo a identificarci con una visione univoca delle cose, mentre è importante sviluppare l’autoriflessione e l’empatia nei confronti degli altri, per riuscire a vedere il quadro più ampio;

7) Accresciuto benessere in contesti individuali e collettivi: riuscire a far coesistere gli aspetti di individualità e di appartenenza a una comunità, ossia riuscire a stare bene con se stessi e con gli altri, a seconda dei momenti e delle necessità;

8) Più solido senso di vitalità;

9) Sviluppo di più mature capacità di accettazione, perdono e gratitudine: accettare ciò che non può essere modificato, e quindi deve essere elaborato come un lutto, tollerare la frustrazione, perdonare se stessi e gli altri e coltivare la gratitudine come sentimento di riconoscenza per ciò che si è ricevuto;

10) Più ampie capacità di amare, lavorare e giocare.

La conclusione della terapia

Rispetto al tema della fine dei trattamenti psichici nel testo Psicologia e alchimia Jung scrive:

“I trattamenti psichici giungono a “una fine” in tutte le fasi possibili dello sviluppo, senza che si abbia contemporaneamente la sensazione di aver raggiunto anche “un fine”. Finali tipici, temporanei, hanno luogo:

  1. dopo aver ricevuto un buon consiglio;
  2. dopo aver fatto una confessione più о meno completa, ma comunque sufficiente;
  3. dopo aver riconosciuto un contenuto essenziale, rimasto inconscio fino a quel momento, il quale, reso cosciente, porta come conseguenza un nuovo impulso di vita о di attività;
  4. dopo un distacco dalla psiche infantile, ottenuto mediante un lavoro piuttosto lungo;
  5. dopo aver trovato un nuovo modo razionale di adattamento a condizioni ambientali forse difficili о eccezionali;
  6. dopo la scomparsa di sintomi dolorosi;
  7. dopo che s’è verificata una svolta positiva del destino, per esempio dopo un esame, un fidanzamento, un matrimonio, un divorzio, un cambiamento di professione ecc.;
  8. dopo aver riscoperto l’appartenenza a una confessione religiosa, о dopo una conversione;
  9. dopo aver cominciato a costruire una filosofia pratica di vita (“filosofia” nel senso antico).

Benché questo elenco sia suscettibile ancora di parecchie modifiche e aggiunte, ciò nonpertanto esso caratterizza all’ingrosso, mi sembra, le situazioni principali nelle quali il processo analitico о psicoterapeutico giunge a una fine provvisoria, in certi casi a una fine definitiva. Ma a questo punto l’esperienza ci insegna che esiste anche una categoria relativamente numerosa di pazienti, per i quali la conclusione esterna del lavoro con il terapeuta non rappresenta in nessun modo anche la fine del processo analitico. Succede piuttosto che il confronto con l’inconscio continui, e proprio in modo simile a quello di coloro che non hanno smesso il loro lavoro con il terapeuta. S’incontrano talvolta questi pazienti dopo anni, e si apprende la storia spesso notevole delle loro ulteriori trasformazioni.”

Vorrei concludere quindi con la favola del poeta latino Giulio Igino, che parla del mito della dea Cura e la nascita dell’uomo:

A Roma c’era una dea che si chiamava Cura. Un giorno passeggiando in riva a un fiume trovò della creta, si mise a giocare e plasmò una forma. Molto contenta della forma che aveva plasmato, chiese a Giove di darle vita, di animarla. Giove acconsentì e soffiò lo spirito nella forma di creta. La creatura si animò e la dea Cura decise di darle un nome. A quel punto insorse però un’altra dea, Tellus, la dea della terra, che disse: – hai fatto questa creatura con la creta, che è terra; quindi spetta a me darle un nome -. Le due dee litigarono e non riuscivano a mettersi d’accordo, quindi nominarono un giudice, un terzo che potesse risolvere il problema, e venne chiamato Saturno, il dio del tempo. E Saturno disse: – quando la creatura morirà, perché come tutte le cose animate è mortale, Tellus si riprenderà la terra e Giove si riprenderà lo spirito, l’anima. Ma finché sarà in vita, la creatura appartiene alla Cura.

Per quanto riguarda il nome, Saturno lo scelse lui stesso e lo chiamò uomo da humus, il fango bagnato, affinché si ricordasse di essere umile e non diventasse troppo presuntuoso da volersi considerare un dio. 

La favola ci insegna quindi che durante tutta la vita di ogni persona è sempre possibile ricevere e offrire cura, intesa nel suo significato profondo di avere cura, accudire, custodire.

“La salute mentale vera è la condizione, difficile e rara, di chi raggiunge e consolida un senso della vita capace di “sopportare e benedire la vita”, sapendo accettare l’inevitabile e sapendo immaginare e costruire il mondo della speranza a venire”.

Romano Madera

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